Biblioteca Orafa

di

Sant' Antonio Abate

La Corporazione degli Orafi Veneziani
A Venezia le associazioni di mestiere erano chiamate, com' è noto, Scuole. Anche gli orafi ebbero dunque una propria Scuola. Il primo documento pervenuto nel quale si faccia menzione della corporazione è il testamento di un ricco mercante tedesco di nome Bertrando, il quale, nel 1231, lasciò alcuni beni alla Scuola. Gli avvenimenti più importanti della vita della corporazione erano annotati in un apposito libro detto mariegola.

L' Arte dei Oresi era dapprincipio governata da quattro decani, scelti fra i confratelli più capaci; successivamente il governo fu affidato a un priore, eletto nei capitoli insieme agli altri funzionari che lo affiancavano: un vice priore, due sindaci, un vice priore, due sindaci, un tansador, uno scrivano e un cassier. La durata di tali cariche era stata stabilita con una terminazione nel 1264. Gli orafi veneziani, a differenza di quelli delle altre città, i quali avevano come patrono Sant' Eligio, elessero a proprio patrono Sant'Antonio Abate. Questi veniva sempre raffigurato con una fiamma (elemento indispensabile al mestiere), e fu scelto già in epoca assai remota.

La deliberazione del 26 novembre 1439, trascritta nella mariegola della Scuola, ci fa sapere che in quel periodo alla guida dell'Arte vi erano cinque decani, i quali erano tenuti a convocare il Capitolo Generale una volta l' anno, nel giorno della festa di Ognissanti. In quell' occasione si procedeva al rinnovo delle cariche, che non potevano essere riconfermate.

L' assemblea era generale, ma il diritto di voto poteva essere esercitato soltanto da coloro che avevano più di venticinque anni e che risiedevano a Venezia da più di otto anni.

In quell' epoca le botteghe degli orefici erano situate per lo più nelle due Rughe di Rialto. Nella maggiore, detta appunto Ruga Granda, si vendevano soprattutto oggetti di grandi dimensioni, quali bacili, stoviglie, vasellame, ecc., mentre in quella minore, detta anche Ruga degli Anelli, si trovavano preferibilmente gli oggetti di piccole dimensioni.

La deliberazione del Consiglio dell'Arte stabiliva che i cinque decani fossero eletti fra tutte le categorie di artigiani orefici, ovvero due fra quelli della Ruga Granda, due fra quelli della Ruga degli Anelli e uno fra i conzapiere (incassatori di pietre). Si stabiliva inoltre che lo scrivano (il segretario) doveva essere eletto fra gli oresi della Ruga Granda, in quanto più numerosi.

Verso la fine del Quattrocento, l' Arte si dotò di una nuova organizzazione, che rimase immutata fino al 1806. La deliberazione del 30 marzo 1480 ridefiniva infatti in questo modo l'assetto istituzionale della Scuola: il governo non era più affidato ai decani, bensì a un priore o gastaldo, dal quale essi dipendevano.

Il priore rimaneva in carica per un anno, ed era eletto una volta fra gli oresi della Ruga Granda e la volta successiva fra quelli della Ruga degli Anelli. I suoi compiti consistevano nel controllo sull'operato dei decani, nel tenersi informato su tutte le questioni relative all'Arte, e nel conservare una delle due chiavi della cassa della Scuola, dove si custodivano i documenti della corporazione. La seconda chiave era invece affidata allo scrivano.

Lo stesso documento stabiliva poi che il numero dei decani fosse elevato da cinque a sei, tre per ciascuna Ruga (i conzapiere dovevano con ogni probabilità essere stati associati agli oresi della Ruga Piccola).

Due di questi decani non venivano eletti in occasione del Capitolo Generale, bensì erano nominati dal Consiglio dell'Arte o Banca; essi erano detti "decani di sei mesi" o "di mezz'anno" in quanto, pur durando in carica un anno intero, venivano eletti a metà del mandato dei consiglieri dell' Arte, in maniera che i nuovi eletti in Capitolo potessero contare sull'esperienza acquisita durante i sei mesi precedenti dai due decani di nomina consigliare.

Il Collegio dell' Arte, composto dal priore e dai decani, aveva i seguenti obblighi nei confronti della corporazione: convocare ogni anno, a novembre, il Capitolo Generale deputato al rinnovo delle cariche; presenziare l' ultima domenica di ogni mese alla messa celebrata davanti all'altare della Scuola. Dopo la funzione religiosa il Collegio rimaneva a disposizione degli iscritti. Le deliberazioni di rilievo non potevano essere adottate se non erano state prima approvate dal Capitolo e ratificate dal magistrato della Giustizia Vecchia.

Fin dal XV secolo la Banca eleggeva inoltre alcuni ufficiali detti "toccadori", il cui compito consisteva nell' ispezionare gli argenti nelle botteghe degli orafi, per accertare che non vi fosse alcuna irregolarità nelle leghe e che non si contravvenisse alle altre disposizioni.

I Toccadori, i quali ricevevano dall' Arte un compenso simbolico e che dovevano mettere per iscritto l'esito delle loro ispezioni, erano in numero di quattro, divisi in due gruppi: quelli "dentro li ponti" visitavano le botteghe al di qua del Canal Grande, mentre quelli "fuori li ponti" ispezionavano le botteghe poste al di là del canale (il punto di riferimento era l' area marciana). Essi duravano in carica per due mesi. All' interno di ogni Scuola o corporazione vi erano tre ordini di persone.

I garzoni, o apprendisti, il cui periodo di tirocinio durava di norma quattro anni, erano assunti con un regolare contratto che veniva poi depositato in nota al magistrato della Giustizia Vecchia, dal quale l'Arte dipendeva. Successivamente il candidato entrava nella fase detta "lavoranza", che durava circa due anni, e assumeva con ciò la denominazione di lavorante. Al termine di questo periodo egli doveva sottostare alla "prova d' arte", doveva cioè esibire le sue capacità tecniche eseguendo un lavoro che veniva giudicato dal Consiglio dell' Arte. Se la prova era superata positivamente, egli assumeva il titolo di "capo maestro", dignità che gli consentiva di aprir bottega per conto proprio. E' tuttavia opportuno precisare che non tutti i capi maestri riuscivano a mettersi in proprio; in tal caso continuavano a lavorare presso altre botteghe.

L' Arte dei Oresi accettava garzoni dall' età di sette anni fino ai diciotto compiuti; essi lavoravano nella bottega del capo maestro per un periodo di cinque anni, passavano quindi alla lavoranza per altri due anni (scegliendo essi stessi il capo maestro per il quale lavorare) e approdavano infine alla prova d'arte, che veniva giudicata in Banca a ballottazione. La prova alla quale venivano sottoposti gli orafi novelli, come si apprende da una deliberazione del 1693, mostra come il mestiere di orefice si articolasse in diverse specializzazioni, ciascuna delle quali costituiva una vera e propria professione. Da quella parte - votata sotto il priorato di Giacomo Mareschi nel Capitolo riunitosi nella chiesa di San Giacomo di Rialto il 13 febbraio 1693 - si apprende infatti come vi fosse chi legava le pietre alla maniera veneziana e chi alla francese, quelli che fabbricavano le catenelle dette "manini" e i cordoni alla spagnola, i lavoranti di filigrana, i fonditori, i fabbricanti di calici, di stoviglie, di bottoni, gli sbalzatori, gli smaltatori, gli intagliatori d'avorio, ecc. Vi erano poi anche coloro che tagliavano i diamanti, il cristallo di rocca, i rubini, gli smeraldi ed altre pietre, quelli che lavoravano a traforo, e via dicendo. Per ognuna di queste categorie veniva indicata la prova relativa, alla quale doveva sottostare il lavorante. Il priore, unitamente alla Banca, doveva altresi accertarsi della perfetta conoscenza, da parte dell' aspirante capo maestro, della lega degli argenti sottoposti alla sua lavorazione, e di come si dovevano analizzare con i sistemi "al sazo" e "alla tocca". Era inoltre previsto che se il candidato veniva dimesso dalla prova con esito negativo, non avrebbe potuto ripresentarsi prima di sei mesi.

Facevano parte della Scuola dei Oresi altre tre associazioni di mestiere minori, dette "colonnelli":

i "gioiellieri da falso",

i "diamanteri da duro" (tagliatori di diamanti) e

i "diamanteri da tenero" (tagliatori di pietre preziose).

Nel 1733 la Repubblica Veneta promosse una celebre inchiesta sulla condizione delle Arti per cerca di porre un rimedio alla loro decadenza. Grazie ai dati risultanti da tale inchiesta è possibile avere un' idea abbastanza precisa sulla consistenza numerica delle quattro categorie di attività che facevano capo alla Scuola dei Oresi

ORESI

capi maestri 210

garzoni 116

lavoranti 90

totale 416

botteghe 122

GIOIELLIERI DA FALSO

capi maestri 56

garzoni 78

lavoranti 70

totale 204

botteghe 27

DIAMANTERI DA DURO

capi maestri 16

garzoni 4

lavoranti 6

totale 26 (lavoranti in volte e case)

DIAMANTERI DA TENERO

capi maestri 35

garzoni 20

lavoranti 20

Totale 75 (lavoranti in volte e case)

Altri quesiti volti a conoscere il mutamento della situazione rispetto al 1774 furono proposti ad ogni singola corporazione nel 1781 dall' Inquisitore alle Arti Marc' Antonio Dolfin.

La Scuola, depredata di ogni suo avere, fu soppressa come tutte le altre corporazioni nel 1806; ricostituitasi nel secolo passato come società di mutuo soccorso, sopravvive ai giorni nostri con la denominazione di Società Orafa Veneziana. Questa Società si dedica a consolidare i vincoli tra gli orafi veneziani e a promuovere manifestazioni culturali inerenti a questo settore produttivo.

Nel 1231 la corporazione degli orafi veneziani aveva sede in un locale della chiesa di San Salvador; successivamente si trasferì a San Giacomo di Rialto, anche se i confratelli si riunivano a volte nella chiesa di San Silvestro o in quella di San Giovanni Elemosinario.

L' Arte era perciò insediata in una posizione centralissima, nel cuore di Rialto ovvero nel centro economico della città, dove per un certo periodo si decidevano per ogni sorta di mercanzie prezzi valevoli in ogni piazza d' Europa. L' ubicazione risultava inoltre centrale anche rispetto alle botteghe di orafi, argentieri e gioiellieri, concentrate nelle Rughe per effetto di una terminazione risalente al 1311, anche se presto si aprirono botteghe in altri luoghi della città, come ad esempio nella Piazza S. Marco, in Spadaria e nelle Mercerie.

Sul finire del sec. XVII il sodalizio acquistò uno stabile destinato a sede sociale; questo era situato a fianco della chiesa di San Giovanni Elemosinario, sul lato del Campo Rialto Novo. In precedenza gli effetti della Scuola erano posti in una "volta" in Ruga dei Oresi, per la quale la corporazione pagava un regolare affitto. Il nuovo edificio della Scuola venne costruito nel 1698, e i lavori di abbellimento proseguirono per tutto il secolo seguente: nel 1718 si ultimò la scala in pietra viva, nel 1781 fu portata a termine la decorazione della sala del Capitolo con il compimento (e il relativo pagamento) del lavoro dei dipintori e degli stuccatori.

Incredibilmente un recentissimo quanto vandalico "restauro", operato dal Magistrato delle Accque e avvenuto negli anni ottanta del Novecento, ha distrutto la scala settecentesca. Oltre che nella propria sede, la Scuola aveva sempre un punto di riferimento nella chiesa di San Giacomo di Rialto; già all' epoca del doge Marino Grimani i confratelli ottennero il permesso di erigervi un altare, tutt' ora esistente.

La Fraglia si riuniva davanti al proprio altare in occasione di particolari circostanze, come ad esempio i funerali degli iscritti (ai quali tutti i confratelli dovevano partecipare, pena il pagamento di una tassa a beneficio dell' Arte), i suffragi o altre cerimonie che si facevano in onore della religione, nonchè per lo svolgimento delle riunioni o capitoli, nel corso dei quali si prendevano decisioni rilevanti per la vita dell' Arte.

Dove la scuola avesse il proprio altare in epoca medievale, non è purtroppo noto; si può tuttavia ragionevolmente ritenere che dovesse trovarsi in una delle seguenti chiese: San Silvestro, San Matteo, San Giovanni Elemosinario, San Bartolomeo o San Salvador.

In ognuna di queste (con l' esclusione di San Bartolomeo) è infatti noto che si tennero diverse riunioni dell'Arte prima dell' edificazione della sede della Scuola. Nel 1601 il priore Bernardo Baroncelli indirizzò a nome dell' Arte una supplica al doge Marino Grimani, il quale in data 9 aprile dello stesso anno concesse al sodalizio uno spazio onde poter fabbricare "con ogni honorevolezza" un altare per i membri dell' Arte, con permesso di sepoltura nelle adiacenze. Il luogo era a "man zanca" entrando dalla porta grande, davanti all'altare della Scuola dei Garbelladori, e lì si costruì l' altare che ancora vediamo e intorno al quale continuano ancor oggi a riunirsi gli orafi veneziani nella festività di Sant' Antonio Abate. L' altare è attribuito a Vincenzo Scamozzi, il quale ricevette dalla Scuola la somma di trenta ducati per le sagome dei capitelli. La statua che lko adorna era ritenuta opera di Alessandro Vittoria, e si voleva che provenisse dalla Scuola degli Orafi di Campo Rialto Novo; successivi ritrovamenti di documenti consentono invece di accertare con sicurezza la paternità del simulacro a Gerolamo Campagna.

In un inventario di notifica sull' inalienabilità degli effetti conservati all' interno della chiesa di San Giacomo di Rialto, stilato nel 1701, si trova la seguente annotazione: "La Scuola dei Oresi possiede nella Chiesa Ducale di San Giacomo di Rialto un quadro di Domenico Tintoretto, raffigurante Sant' Antonio Abate che viene tentato dai Demoni".

In cambio della concessione dell' altare in oggetto, gli orefici erano tenuti a donare ogni anno "in perpetuo" un paio di pernici, in occasione della festività di Santo Stefano; in tale giorno si teneva un banchetto al quale il doge era solito invitare gli alti magistrati della Repubblica insieme con gli ambasciatori stranieri residenti in città.

A seguito della concessione ducale del 1601, venne redatto, in data 2 maggio, un atto notarile nel quale venivano specificati gli obblighi che intercorrevano fra l' Arte e il parroco di San Giacomo per la celebrazione dell' altare. L' Arte si impegnava a pagare annualmente la somma di 10 ducati in cambio dell' officiatura delle seguenti funzioni: ogni lunedì la celebrazione di una messa in suffragio dei confratelli defunti, ogni ultima domenica del mese la celebrazione di una messa "piccola" in occasione della quale venivano bruciate le cere della Scuola, il giorno dell'ottava dei morti la celebrazione di una messa cantata, nella festività di Sant' Antonio la celebrazione di una messa cantata e del vespro, nelle vigilie delle festività la celebrazione del vespro. L' atto prevedeva inoltre che nella chiesa vi fosse un luogo per conservare il "penelo" e le "haste" dell' Arte, ovvero lo stendardo e le torciere, e che il parroco tenesse aperta la chiesa per le esigenze dell' Arte nelle convocazioni dei Capitoli.

Fra i membri dell' antica corporazione meritano di essere menzionati alcuni personaggi di rilievo.

Nel secolo XV si ricorda Paolo Rizzo, il quale stimò nel 1495 le gioie date in pegno da Lodovico il Moro alla Repubblica. Egli aveva bottega sotto i portici d Rialto all'insegna della "colombina", ed era rinomato soprattutto per i suoi lavori ageminati, dei quali rifornì le più celebri corti italiane del primo Cinquecento.

Grande fama ebbe nella seconda metà di quel secolo Domenego di Piero dalle Zogie, notevole figura di colto e ricchissimo gioielliere e mercante, che ricoprì nel 1482 la carica di Guardian Grande della Scuola di San Marco. Pochi anni dopo, nel 1494, Domenego stipulò una convenzione con i canonici della Carità, e abbellì a proprie spese la cappella del Santissimo Salvatore, nella quale fece costruire un imponente monumento sepolcrale ancora esistente al principio del secolo scorso. Il monumento, già segnalato dal Sansovino nella sua Venetia città nobilissima et singolare, fu in seguito descritto dal Temanza, che lo dice ricco di marmi, porfidi e serpentini e ne attribuì l'architettura al Codussi. Il testamento di Domenego, redatto l' 11 settembre 1496, enumera fra le altre cose i crediti di cui egli godeva poco prima di morire; dal documento si apprende come gli fossero debitori personaggi quali Mattia Corvino re d' Ungheria, la regina Beatrice, Ferdinando re di Napoli, Innocenzo VIII, Lorenzo e Giuliano dei Medici, i signori di Pesaro.

Nel XVI secolo si ricordano Vincenzo Levrieri e Alvise Caorlini; nella stessa epoca vanno poi segnalati Cesare Federici e Gasparo Balbi, entrambi celebri viaggiatori. Nella seconda metà del Seicento troviamo Antonio Maria Cavalli, che fu anche priore del Pio Luogo delle Zitelle, al quale legò l' intera sua sostanza. Di questo facoltoso uomo d' affari ci è giunto quasi integro l' archivio di bottega, la qual cosa ci consente di avere un' idea abbastanza precisa non soltanto della sua facoltà e clientela, ma anche dell' organizzazione di una bottega orafa dell' epoca. Egli intratteneva rapporti di scambio con orefici e mercanti di Napoli, Roma, Bologna, Firenze e Cremona; tra i suoi clienti figuravano membri delle famiglie Memmo, Pesaro e Borghese, nonchè il conte Mortsin "gran tesauriero di Polonia", che si rivolse a lui per incastonare una partita di preziosi.

Contemporaneo del Cavalli è l'altrettanto ricco gioielliere Marco Imberti (1587-1674), già priore dell'Arte nel 1631, con bottega all' insegna del San Michiel, al cui mecenatismo si deve la costruzione della cappella di San Michele nella chiesa del monastero camaldolese di San Clemente in isola, avvenuta nel 1673, e abbellita da una pala commissionata allo Zanchi, raffigurante l' Arcangelo mentre sconfigge il Demonio.

Grazie all trentina di opere sue pervenute fino a noi, siamo in grado di dare un giudizio sulla straordinaria qualità dell' arte di Andrea Balbi, "orese al Cappello", il quale fu attivo nel Seicento nella sua bottega a San Moisè.

Due diamantai diverrano celebri nello stesso periodo: Ortensio Borgis, che fu chiamato negli anni 1660 -1665 alla corte del Gran Mogol per tagliare il celebre diamante omonimo, e Vincenzo Peruzzi, che nel 1680 inventò un nuovo metodo per il taglio dei diamanti, gettando così le basi per l' odierno taglio a brillante.

Il posto d' onore tra gli orafi ed argentieri veneti del XVIII secolo spetta senza dubbio al padovano Anzolo Scarabello (1711-1795), del quale ci restano un centinaio di splendide opere.

Poi in epoca più recente, una volta avvenuto il tracollo dello Stato nostro, spiccherà all'inizio del secolo XIX per fama e abilità il vicentino Luigi Merlo. Molti autori restano ancora sconosciuti; altri ritrovamenti e ulteriori ricerche consentiranno forse di dare un nome a qualcuno di loro, sottraendoli all'oblio.